Per il marrone di Segni, Montelanico e Carpineto Romano l’annata è buona, anche se ci sono ancora alcune zone a bassissima produzione e nuovi nemici con cui fare i conti

Non chiamatele castagne. A Segni, Montelanico e Carpineto Romano i marroni segnini sono orgoglio e vanto dei Monti Lepini. Dalle sagre (ora annullate per il covid) ai mercati tedeschi e giapponesi, dai castagnacci ai marron glacé, il marrone segnino è tra i più apprezzati grazie alla sua dolcezza, che richiede un minor impiego di zuccheri durante la lavorazione, conservando quindi il sapore della castagna. A quei marroneti gli abitanti dei Lepini sono affezionati un po’ per orgoglio, un po’ perché costituiscono un sostegno al reddito di tante famiglie. Se i tartufi sono l’oro nero delle zone umide lepine e l’olio d’oliva è l’oro verde delle Colline Pontine, i marroni ne sono l’oro dei Lepini romani, che si raccoglie in ottobre e viene poi venduto a privati, sagre, industria alimentare e grossisti.

Dopo sei anni da dimenticare a causa del cinipide del castagno, una mosca proveniente dalla Cina che ha attaccato gli alberi, quest’anno sembra finalmente una buona annata, anche se la produzione varia da zona a zona. Ne è convito Fabrizio Di Paola, di Montelanico, presidente della Comunità Montana dei Monti Lepini romani, per il quale “i marroni sono il volano del territorio”. Lo conferma il presidente della Cooperativa del Marrone, Giuseppe Lorenzi, di Segni: “Quest’anno la qualità è buona, gli alberi sono sani e la produzione in alcune zone è tornata ai livelli pre-cinipide mentre in altre non c’è stata”. Nel complesso la produzione è al 40% di quella che si registrava prima del 2012. Ma ci sono anche due nuovi problemi.

Uno di questi è la Gnomonopsis castanea. Si tratta di un fungo che due anni fa ha attaccato i marroni, facendoli diventare internamente neri e impedendone la conservazione “all’acqua”. Soltanto chi le ha congelate le ha potute mangiare durante tutto l’anno. “L’impatto del problema ora sembra ridotto” dice Di Paola ma quest’anno, secondo Lorenzi, ci sarà uno scarto di “castagne bucate” che andrà tra il 30 e il 45%. Ciò significa che il prezzo all’ingrosso potrebbe diminuire mentre quello al dettaglio è già lievemente aumentato.

L’altro problema che sta emergendo è il cambiamento climatico. “Quest’anno alcuni marroneti hanno sofferto la secca – racconta Lorenzi – e su altri ha influito il clima che è intervenuto nel periodo dell’impollinazione”. Malgrado ciò, racconta Francesca Fagiolo, giovane imprenditrice agricola de Il Tartufo Lepino, che vende marroni a Roma e Latina, “quest’anno i marroni sono grandi, belli e di buona qualità anche se aumenta il lavoro da fare per eliminare quelli bucati”.

Tra gli strascichi del cinipide, i cambiamenti climatici e il covid che blocca sagre e bancarelle, il mercato dei marroni resiste comunque, anche se alcune famiglie sono un po’ demoralizzate e hanno iniziato ad abbandonare la cura dei castagneti. Aggiungere alla selezione anche la trasformazione potrebbe essere un modo per rendere più redditizia l’attività e qualcuno ci sta pensando, anche se l’idea è ancora allo stato larvale. Per ora si punta ancora sulle certezze, cioè i mercati esteri del Giappone e della Mitteleuropa.

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